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La lettera struggente del prof dopo il suicidio della ragazza nel giorno della sua presunta laurea

« L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro. Studiare significa seguire la propria intima vocazione. Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso». È un passaggio di una toccante lettera postata su Facebook da Guido Saraceni, docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica presso l’Università di Teramo. Parole toccanti, scritte a caldo,il giorno dopo la morte di Giada, la giovane suicidatasi il giorno presunto della laurea e non in regola con gli esami

«Per quanto mi riguarda – scrive Saraceni in un post che in poche ore ha raccolto migliaia di like – la giornata delle lauree è un giorno di lavoro non meno faticoso e stressante di altri. I candidati devono essere attentamente ascoltati, interrogati e valutati. I voti devono essere discussi, spesso anche lungamente, con una commissione di colleghi che non sempre hanno le stesse idee, la stessa sensibilità culturale o lo stesso identico orientamento in tema di voti. Eppure, la giornata delle lauree per me è anche una giornata gioiosa».

«Guardando il volto dei genitori – continua, -degli amici, dei parenti accorsi per sostenere e supportare il proprio candidato, partecipo volentieri della loro felicità, ne percepisco l’orgoglio e l’emozione. Mentre il candidato parla, sono tesi come corde di violino, attenti ad ogni singola parola, con gli occhi lucidi e lo sguardo fiero. Dopo, si lasciano andare ai festeggiamenti, con tanto di cori e coriandoli».

«Ma l’Università non è una gara. Cerchiamo di spiegarlo bene ai nostri ragazzi. Liberiamoli una volta per tutte dall’ossessione della prestazione perfetta, della competizione infinita, della vittoria ad ogni costo. Lasciamoli liberi di essere se stessi e di sbagliare. Questo è il più bel dono che possono ricevere. Il gesto d’amore che può letteralmente salvarne la vita».

Il mondo di Giada non esisteva. Il mondo che lei assicurava ai genitori di frequentare, quello che raccontava agli amici, quello che fingeva di condividere con il fidanzato. Niente era vero. Non solo non esisteva la laurea, non esisteva nemmeno qualche esame superato, perfino l’università non esisteva. Tutto costruito da lei nella rappresentazione di una realtà alla quale evidentemente si sentiva obbligata pur se non le apparteneva. L’unica verità Giada l’ha detta lunedì al fidanzato un attimo prima di lanciarsi dal terrazzo della facoltà di Scienze naturali nella cittadella universitaria di Monte Sant’Angelo. Lui l’ha chiamata al cellulare perché non riusciva più a trovarla e lei gli ha risposto. «Sono qui, alza la testa, mi vedi?». E l’ha vista. L’ha vista lasciarsi cadere nel vuoto, l’ha vista morire.

Silenzio fino all’ultimo
Fino all’ultimo Giada non ha chiesto aiuto. Il motivo per il quale ha scelto di rispondere al cellulare pure se ormai era a cinquanta centimetri dalla fine non lo saprà mai nessuno, come nessuno saprà mai il perché di quella recita costruita nei dettagli. Non solo aveva raccontato ai genitori, al fratello, al fidanzato e a parenti e amici che stava per laurearsi, ma aveva voluto che tutto, proprio tutto, fosse come quando ci si laurea davvero. Anzi di più, perché le bomboniere ormai non sempre si fanno, e invece lei era andata a sceglierle; pure il pranzo al ristorante non è una abitudine proprio irrinunciabile, ma lei diceva di tenerci, e il papà aveva già prenotato e gli invitati erano stati avvertiti. E poi il tailleur, il parrucchiere e tutte quelle cose che ci si porta dietro per festeggiare dopo la proclamazione.
La rinuncia alla lotta
Nella finzione che Giada aveva messo in piedi, nemmeno il luogo dove tutto è avvenuto aveva un legame con la sua storia di non studentessa universitaria e quindi di non laureanda. Giada era stata iscritta alla facoltà di Farmacia per tre anni di seguito, pur senza dare esami. E però quest’estate aveva deciso di non andarci neppure in segreteria a presentare i documenti e pagare le tasse inutilmente per la quarta volta. Negli elenchi degli studenti della Federico II per l’anno accademico 2017-2018 il nome di Giada non c’è. E comunque lì a Monte Sant’Angelo, dove lunedì c’erano effettivamente le sedute di laurea, non aveva mai messo piede, perché la facoltà di Farmacia è altrove. I ragazzi che avrebbero dovuto discutere la tesi l’altro giorno (qualcuno lo ha anche fatto, ma poi tutto è stato sospeso e ovviamente non c’è stata nessuna proclamazione), sarebbero diventati dottori in Scienze naturali.

La chiamata del fidanzato
Ma anche la cittadella universitaria faceva parte della sceneggiatura che questa ragazza di 25 anni della provincia di Isernia ha scritto dentro di sé per andarsene dal mondo. Le aule e i corridoi di Scienze, e poi le scale e il terrazzo ne erano la location. Giada aveva pianificato ogni dettaglio. Forse solo la telefonata del fidanzato era fuori copione. O magari no. Tanto che cambia? Quello che veramente lei coltivava nella sua mente non potrà saperlo mai nessuno. Il papà, un maresciallo dei carabinieri in pensione, si tormenta e si accusa di non aver capito, ma nessuno ha capito, nemmeno il fidanzato, che faceva progetti di matrimonio e lunedì aveva fatto venire da Roma pure il suo papà, perché insomma erano tutti una famiglia. Una famiglia distrutta che oggi riporterà Giada a casa (il magistrato ha scelto di non far fare l’autopsia) e domani le dirà addio nella chiesa del paese. Ci saranno tutti perché è un paese dove tutti si conoscono, e dove nessuno giudica l’atto disperato di una ragazza, dice il sindaco, «di cui conoscevamo il sorriso dolcissimo ma non immaginavamo la fragilità».

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