Ex dipendente contro Facebook “non fa ciò che promette”

Nelle scorse settimane Facebook è stata messa sotto pressione da una serie di storie pubblicate dal Wall Street Journal che evidenziavano diverse lacune da parte della società nella moderazione dei contenuti e nel garantire la sicurezza e la salute dei suoi utenti. Queste rivelazioni si basavano in gran parte su migliaia documenti forniti da una fonte interna a Facebook.

Ora questa fonte, che si chiama Frances Haugen e ha 37 anni, è apparsa nel programma televisivo 60 Minutes e ha confermato le accuse a Facebook. Haugen testimonierà anche davanti al congresso degli Stati Uniti questa settimana e ha detto di avere presentato una denuncia alla Securities and Exchange Commission (Sec), accusando Facebook di aver intrapreso azioni che non corrispondevano alle sue dichiarazioni pubbliche. Haugen durante la trasmissione ha detto di avere incontrato anche dei parlamentari europei.

La whistleblower è stata una product manager di Facebook assegnata al gruppo di Civic Integrity dal 2019, ma ha lasciato l’azienda a maggio del 2021 in seguito allo scioglimento del gruppo dopo le elezioni del 2020 e prima dell’assalto al Campidoglio. Haugen si occupava di questioni di democrazia e disinformazione, gestendo anche il controspionaggio. Secondo lei, inoltre, Facebook è nettamente peggiore di altre grandi aziende tecnologiche dove ha lavorato, come Google e Pinterest.

L’ex lavoratrice di Facebook, in base alla sua esperienza, ha descritto un’azienda così impegnata nell’ottimizzazione del suo prodotto da mettere in secondo piano la sicurezza dei suoi utenti, anche grazie algoritmi che amplificano l’incitamento all’odio. “Facebook, più e più volte, ha dimostrato di preferire il profitto, ha detto. La whistleblower ha sottolineato a 60 Minutes come le stesse ricerche di Facebook dimostrino che i contenuti divisivi, polarizzanti o che incitano all’odio coinvolgono più facilmente gli utenti della piattaforma.

Haugen ritiene responsabili del problema gli algoritmi lanciati nel 2018 che regolano quello che si vede sulla piattaforma. Questi algoritmi avrebbero anche contribuito all’assalto del senato da parte dei sostenitori dell’ex presidente americano Donald Trump, lo scorso 6 gennaio.

Haugen ha accusato l’azienda di non avere fatto abbastanza per cambiare i suoi algoritmi, pur conoscendo il problema e potendo intervenire. Una ricerca interna di Facebook ha mostrato che viene identificato tra il 3% e il 5% dei contenuti d’odio sulla piattaforma e meno dell’1% di violenza e incitamento, secondo uno degli studi fatti trapelare dalla whistleblower.

Facebook ha provato a difendersi prima ancora della messa in onda della puntata di 60 Minutes. Il vicepresidente degli affari globali di Facebook, Nick Clegg, alla Cnn ha definito “ridicola” l’accusa che i social media siano stati responsabili della rivolta del 6 gennaio: “Penso che dia alle persone un falso conforto presumere che ci debba essere una spiegazione tecnologica o tecnica per i problemi della polarizzazione politica negli Stati Uniti”. In una dichiarazione un portavoce di Facebook ha anche ribadito gli sforzi della piattaforma contro i contenuti dannosi.

La whistleblower ha concluso l’intervista chiedendo una regolamentazione dei social network più ampia, spiegando che sta agendo per migliorare Facebook e non per distruggerlo

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