• Agosto 9, 2022 5:18 pm

Il senso dietro la canzone Khorakhané (A forza di essere vento), inserita in Anime salve del 1996.

Il 18 febbraio 1940 nasceva il grande Fabrizio De André. Così, per ricordarlo e raccontarlo, ho scelto di fermarmi a riflettere su uno dei suoi innumerevoli capolavori, la bellissima e attualissima Khorakhané (A forza di essere vento), inserita in Anime salve del 1996.

La canzone si intitola Khorakhané (che è una tribù rom di matrice serbo-montenegrina) e porta uno splendido sottotitolo rivelatore: A forza di essere vento. Cantata con l’apporto, nel finale altissimo in lingua rom, di sua moglie Dorinel disco e della figlia Luvi nei concerti dell’ultima tournée, Khorakhané è uno degli ultimi manifesti – autoritratti del figlio del vento De André.

Faber descrive un popolo senza una vera casa e perciò esente da vincoli economici, sociali, politici morali; un popolo che ricorda la storia biblica dell’Esodo, di Abramo in cerca di una terra nuova e promessa, che si fida di Dio e abbandona le certezze del presente per una strada carica di futuro: e non per tornare a casa, come fa Ulisse in cerca di Itaca, ma per trovare una nuova casa conservando intatto il  senso di precarietà del cammino; un popolo senza religione, che si adatta alle fedi delle terre che attraversa (“porto il nome di tutti i battesimi ogni nome il sigillo di un lasciapassare”); un popolo che custodisce  il senso delle cose che contano – certo che rubano, ma mai tramite banca, disse sarcastico una volta De André –  e che conosce il valore del tenere con sé le cose preziose (“un diamante nascosto nel pane”).

Il significato generale del brano è racchiuso nella metafora della vita come il viaggio di uno zingaro, che parte senza meta, così come il destino dell’uomo non è la meta ma il senso del viaggiare, che è la sua ragione ultima (“per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio viaggiare”).

L’ammirazione per lo spirito libero di quel popolo diventa tenerezza infinita per le sue figlie (“ora alzatevi spose bambine che è venuto il tempo di andare, con le vene celesti dei polsi, anche oggi si va a caritare”), in cui il bellissimo verbo “caritare” nobilita l’esercizio del mendicare.

Chi può giudicare i figli del vento? Chi ha il diritto di lapidare le spose bambine? De André li assolve tutti: sia per giusta causa (“un filo di pane”, splendida immagine dello stretto necessario, del diritto alla sopravvivenza); sia perché il vento non si può imbrigliare e soffia dove vuole; sia perché giudicare è semmai una prerogativa divina (“ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio“).

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